Era una calda mattina d’agosto. Eravamo nella nostra cascina
sita sull’Appennino Tosco-Emiliano dove mio padre è cresciuto. Come ogni
mattina si facevano le faccende di casa prima di andare in paese a fare la
spesa.
Tutto normale finché... mia zia in tutta fretta ci chiama e
ci urla: “UNA BOMBA! UNA BOMBA ALLA STAZIONE!”. Avevo 12 anni e una bomba,
nonostante gli anni “caldi” era un concetto un po’ astratto.
Accendiamo di corsa la radio (la televisione lassù non l'avevamo). Notizie ancora un po’ incerte
sugli effetti e sul reale numero dei morti e feriti. I miei cugini, volontari
della CRI, mi raccontarono che
anche gli autobus vennero usati per trasportare i feriti negli ospedali.
Ricordo che mi rimase impresso questo fatto.
Il Resto del Carlino,
il giornale di Bologna, parlava di decine
e decine di morti... Furono poi 85 e oltre 200 i feriti.
Il 6 agosto, con
mia mamma e mio papà (non ricordo se ci fosse qualcun altro con noi) andammo a
San Petronio dove si tennero i funerali. La piazza era gremita. Noi eravamo in
una delle vie di accesso alla piazza. Vidi una bara piccina e bianca e chiesi ai miei genitori perché
quella bara fosse bianca e così piccola. La loro risposta mi spezzò il cuore...
Sentivo fischi e non capivo chi osava fischiare in un
momento del genere...
Tornando a casa provammo a passare dalla stazione ma era tutto
transennato. Ci tornammo l’anno dopo: nel punto della bomba c’era una lapide e
sul muro hanno lasciato la crepa con un vetro. Per non dimenticare.
Non c’è altro da dire. Non si vuole, oggi, parlare di
processo e condanne.
Si vuole solo RICORDARE, oggi.


